domenica 22 aprile 2007

Web 2.0 e premio Nobel

Finalmente. Era ora. Chi ha avuto questa idea meriterebbe il premio Nobel. Se non altro perché non ti costringe all’acquisto di costosi software e ti fa trovare tutto in rete. Internet non è più un grande ipertesto di pagine statiche realizzate da pochi addetti ai lavori, ma si sta trasformando in una sorta di “comune intellettuale”, una piattaforma in cui tutti possono scambiarsi e condividere tutto: documenti, immagini, video e soprattutto pensieri. Gratis o quasi. E’ veramente il paese di Bengodi, siamo tutti in fibrillazione, anche perché, come recentemente ha detto finch, per sfruttare il Web 2.0, basta (ovviamente) un computer e solamente un programma di navigazione (in gergo un”browser”). La rete sta finalmente assumendo un volto umano, perché è alla portata di tutti, i progetti partecipativi si moltiplicano, sono nati YouTube, MySpace, Wikipedia, Flickr, e monta inarrestabile la marea dei blog.
Ma è davvero tutto così bello? Tutto così facile? Il dubbio mi è sorto, anzi mi si è consolidato, quando ho aperto questo blog. Oltre ai dati anagrafici mi si chiedono i miei libri preferiti, i film che ho visto recentemente, i miei passatempi e via curiosando. Essendo un diffidente per natura mi sono chiesto perché vogliono sapere da me tante cose. In un primo momento sono portato a rispondere che in fin dei conti mi offrono un servizio gratis e in cambio mi chiedono alcune cosucce di poca importanza, tra l’altro facoltative. Però se non scrivi niente, non è il massimo per i visitatori che vogliono conoscere il tuo “profilo” e magari se non trovano una riga scritta poi non vengono più a trovarti.
E ancora mi sono chiesto se il web 2.0 è stata un ‘evoluzione spontanea o un progetto pensato a tavolino. Adesso lo sanno anche i sassi: questo radicale processo di liberalizzazione della comunicazione è gestito da Google, Yahoo!, Microsoft e chi per loro, i padroni della rete, come le “sette sorelle” sono le padrone del petrolio a livello planetario. Qui il discorso si fa paradossale, perché non sono loro ad offrirmi con solerzia e generosità un servizio, ma sono io al loro servizio. Loro mi hanno dato una serie di pagine bianche, io le dovrò riempire. Non ha importanza quello che scrivo, posso anche non scrivere nulla, a loro interessa solamente aumentare all’infinito il numero dei propri affiliati, per impadronirsi dei loro indirizzi e-mail, dell’home page del browser, dei loro gusti culturali e dei loro passatempi preferiti. I margini speculativi sono inimmaginabili. A me viene offerto un mezzo, ma l’energia per farlo funzionare la metto io. Geniale e diabolico allo stesso tempo. Il premio Nobel se lo meritano per questo.

3 commenti:

Gla ha detto...

Alcuni anni fa, ricordo di aver visto in tarda serata su una delle reti Rai un servizio serio interessante e nello stesso tempo, per me, allora preoccupante. In sintesi, trattava di un enorme database situato in Olanda (credo), che già a quel tempo conteneva alcuni nostri dati ed iniziava a raccogliere anche i nostri gusti, tendenze, ecc ...
Questo enorme marchingegno era stato "battezzato" con un nome-numero sconcertante che ricordo benissimo, formato da tre cifre identiche e che richiamava ben altro che mi dà fastidio enorme qui menzionare.
Se già allora le cose stavano così, figuriamoci ora...
Detto questo, secondo me ogni mezzo è a servizio dell'uomo (e della donna, beninteso!), dipende sempre dall'uso intelligente, efficace ed efficiente che se ne fa. E se nelle cose che facciamo ci mettiamo contenuti significativi ed utilizzabili e li vogliamo condividere, è chiaro che, come in questo caso, qualcosina in cambio ci deve essere. Bisogna vedere se il gioco vale la candela e quanto è grande l'interesse che ripongo nelle cose che faccio.

Luca Peresson ha detto...

Dunque Pietro,
a parte la questione del "profilo" richiesto dal sito (che come dici è facoltativo) sono daccordo sia sul fatto che la rete "ci guarda" (o, se preferisci, "ci analizza") sia sul fatto che siamo noi a inserire i contenuti (o, se preferisci, "lavoriamo per loro").
Ma non direi che il web 2.0 abbia portato a questo né che abbia aumentato di nulla questo fenomeno.
Se fai un salto in biblioteca e dai un'occhiata a "Ectoplasmi" (G. Nicoletti, 1994 Ed. Barkerville) troverai un simpatico aneddoto sulla nonna (o zia, non ricordo) di Nicoletti che era abituata a coprire con un particolare "coperchio di stoffa" (non mi viene un nome appropriato) la televisione. Sicuramente ti ricordi di questi "cappottini" (ma che sembravano anche un "sipario") con cui si copriva la tv negli anni 60, perché non "prendesse polvere".
A parte la considerazione che oggi a nessuno verrebbe in mente di utilizzare lo stesso oggetto, visto che la TV è quasi sempre accesa, è simpatica la lettura di Nicoletti che vedeva in quel gesto -di una pudica donna di inizio '900- la volontà di "chiudere una finestra" dalla quale si sentiva "osservata".
Oggi, attraverso un'analisi delle spese fatte con il tuo Bancomat o con la tua carta di credito si possono capire le tue preferenze, dalla traccia del tuo telefonino i tuoi spostamenti (per non parlare dei tracciamenti delle richieste su Internet). Le analisi di mercato e i sondaggi sono giunti ad un tale livello di precisione da consentire di individuare le strategie comunicative per spostare un consenso elettorale dal 44% al 49,8%.
Non serve scomodare Orwell o il Finch da cui ho preso il nickname (Peter Finch, dal film "Network", distribuito in Italia con il titolo "Quinto Potere").
A mio parere tutto questo esiste ed esisteva già prima del web 2.0.
E' la nostra società, e lo dico senza darne un giudizio.

Mandi.

Luca Peresson ha detto...

Ah, lascio un appunto in calce:
nel 1977 i 5 film candidati ai premi Oscar per il miglior film furono:

Questa è la mia terra, di Al Ashby;
Quinto Potere, di Sidney Lumet;
Rocky, di John G. Avildsen;
Taxi Driver, di Martin Scorzese;
Tutti gli uomini del presidente, di Alan J. Pakula;

vinse Rocky.

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